|
::
COME SI COSTRUISCE UNA
MASCHERA
Testo
tratto dal volume “Storie e maschere del carnevale tarcentino”,
a cura di Luigi Revelant
La
descrizione si riferisce all’esperienza di una particolare zona
di produzione delle maschere di legno tradizionali, quella di Tarcento
(UD). Ciò ovviamente rappresenta solo una delle possibili modalità;
altri testi verranno aggiunti successivamente, per fornire un panorama
tecnico più ampio e differenziato. Si ringraziano fin d’ora
gli autori dei testi che saranno qui inseriti.
Attrezzi e legni
Le maschere vengono realizzate per essere usate: va da sé dunque
che il legno da scegliere deve essere possibilmente leggero, ed anche
facilmente reperibile in loco. Fra le essenze più usate troviamo
il tiglio -”tej”, comune albero decorativo ma che cresce
spontaneamente anche sul Bernadia, specie dalle parti di Villanova delle
Grotte. Anche l’ontano -”alme” o “olnâr”
- dal bel colore rossiccio, viene sovente usato; ed infine la “vencjaresse”,
un tempo molto comune vicino ai vigneti.
I ferri impiegati per l’intaglio sono le sgorbie - “sgoibis”-,
in tutti i formati e le dimensioni che la fantasia dell’intagliatore
richiede. In genere ne bastano da 10 a 20, per tutte le necessità:
almeno due lame di larghezza 40-50 millimetri -una dritta ed una leggermente
curva - per la sgrossatura, tre o quattro tonde di varie dimensioni
per i particolari incavati, altrettante leggermente curve per le finiture
ed un paio a “V” per le incisioni ed i dettagli. Molte altre
sono utili, volendo aggiungere raffinatezza al lavoro, tuttavia non
sono indispensabili.
Come
si inizia - sbozzatura
La fantasia o il caso hanno sollecitato all’autore un particolare
soggetto, che è stato possibilmente riportato su carta per fissare
l’idea. Esso può venire completato con l’indicazione
delle misure approssimative che l’opera finita dovrà avere.
Si deve ora scegliere il legno adatto, generalmente un semitronco di
almeno 25 centimetri di diametro e altrettanto in altezza, facendo attenzione
che sia stagionato ma non troppo secco oppure fessurato, altrimenti
può presentare difficoltà di lavorazione. Si inizia togliendo
la corteccia con una accetta affilata, si sbozza poi grossolaneamente
la forma decisa per il soggetto, usandolo stesso attrezzo su un ceppo
di legno; oppure, dopo averlo fissato saldamente sul banco da falegname,
si inizia a sgrossare le forme principali con le sgorbie più
larghe.
In questa prima fase ci si concentra solo sui piani e le dimensioni
di massima, senza troppo curarsi dei dettagli. Questa è una parte
fondamentale del lavoro, perchè determina l’esito finale:
richiede decisione ed anche forza, poichè spesso vengono tolte
“fette” abbastanza grandi di materiale con pochi colpi (e
naturalmente con ferri ben affilati!)
Fasi
centrali e finiture
Ora si prosegue a definire i dettagli del soggetto: si “porta
fuori” il naso, dritto, bitorzoluto, pendente, all’insù,
o come l’idea originale richiede; si lavorano le guance e si imposta
la bocca; si scavano gli occhi ci si sposta sulle sopracciglia e la
fronte. Si usano per questo le sgorbie medie: quelle curve di varie
dimensioni e quelle a “V”, quando è richiesta la
definizione di un lineamento più deciso. Naturalmente ogni autore
ha le sue preferenze riguardo all’ordine delle operazioni; tutti
comunque lavorano alternativamente sulle varie parti del viso, per mantenere
il controllo delle proporzioni scelte e la rispondenza all’idea
originale.
Quando la maschera si avvicina ai connotati desiderati, è il
momento di iniziare a svuotare la parte posteriore, per adattarla al
volto di chi la indosserà. Viene qui usato un attrezzo particolare
ed ormai poco consueto: una specie di martello con la lama concava e
ricurva, con il quale si può asportare più facilmente
e velocemente il materiale. Questo attrezzo però richiede una
buona maestria e, soprattutto, una buona mira! Naturalmente, per ottenere
lo stesso scopo, si possono usare anche le normali sgorbie curve o “a
cucchiaio”. Ad oogni modo, più accuratamente viene eseguito
questo lavoro, maggiormente confortevole sarà l’uso da
parte del mascherato.
Terminata questa importante anche se non appariscente fase, si passa
alla rifinitura dei dettagli. Vengono ora utilizzate sgorbie molto ben
affilate, sia quelle larghe e leggermente curve - per “levigare”
con il taglio netto e continuo le superfici più dolcemente arrotondate
-, sia quelle più strette e accentuate - per dare carattere ai
lineamenti.
Chi sceglie invece una levigatura finale più raffinata e morbida
utilizza anche la carta vetrata, ripassando tutte le superfici con attenzione
per togliere le spigolosità e i segni di lavorazione delle sgorbie.
Fonti
di ispirazione e destinazione d’uso
Le maschere più belle sono lis burutinis, cioè quelle
che mostrano le deformità, il grottesco, il pauroso di un volto.
L’ispirazione può venire da caratteristiche “speciali”
di un viso, ispirando così caricature grottesche e divertenti.
Oppure può essere il desiderio di rappresentare l’istinto
selvatico da “omp dal bosc”, per incutere timore.
O anche il diavolo e la strega, soggetti da esorcizzare per vincere
le paure dei più piccoli - e non solo.
Diverse e libere sono le ispirazioni, non riconducibili ad una matrice
comune del Carnevale tarcentino, che non ha avuto e codificato personaggi
simbolici, da ripetere sempre uguali anno dopo anno.
Lo testimonia la grande varietà di soggetti, immagini grossolane
o raffinate, visibili nella raccolta delle vecchie maschere delle Valli
del Torre, conservate nei Civici Musei Udinesi.
Negli anni fra le guerre, ed anche dopo -fino aglia anni ‘60,
queste maschere vennero usate attivamente negli strîts, o zataris,
inventate e “recitate” liberamente per stare insieme in
allegria.
E dopo tanti anni qualcuno ha ricominciato a praticarli, come ad esempio
“ el Scumul” di Sammmardenchia, un gruppo di giovani che
che portano le loro storie satiriche (che fanno riflettere) in giro
per le osterie, a Carnevale.
|
Documento senza titolo
|